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Comune di Castelpoto (BN)
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Societa' ed Economia
CASTELPOTO, a causa della sua posizione geografica, stretto come è tra il fiume Calore e i torrenti Jénga e Ssauro, almeno fino al 1910 è stato condannato ad una esistenza di isolamento quasi totale. Prima del 1860, nonostante la sua vicinanza a Benevento, ne era tuttavia tagliato fuori, perché la città era territorio appartenente allo Stato della Chiesa.
Le comunicazioni con i paesi della Valle Vitulanese erano pressoché inesistenti; una mulattiera, impraticabile per una buona metà dell'anno, a causa del fango e della mancanza di ponti sul torrente Jénga, impediva l'instaurarsi di rapporti organici con quei paesi.
Con l'unificazione dell'Italia e la creazione della provincia di Benevento la situazione presentò un certo miglioramento. Fu costruita una strada provinciale che, però, non raggiungeva il centro abitato. Essa si fermava a quattro chilometri dal paese, alla contrada Vigna Della Corte, a valle della collina.
Questa strada di collegamento con Benevento, d'altra parte, costringeva a un lungo giro, a piedi o a dorso d'asino, per cui si preferiva, quando era possibile e le condizioni di portata d'acqua del Calore lo permettevano, approfittare di una “Scafa” che traghettava i viaggiatori sulla sponda destra del fiume e raggiungere Benevento seguendo il tracciato della linea ferroviaria. Il traghetto è rimasto in funzione, gestito dalla famiglia Giannuzzi e prima dalla famiglia Penna, Fusco e, prima ancora, Iadanza, fino agli inizi degli anni settanta, quando le migliorate condizioni economiche hanno permesso a molti di possedere un mezzo meccanizzato per i propri spostamenti.
Questa condizione di isolamento ha impedito non solo lo sviluppo di attività commerciali e artigiane rimunerative, ma anche il formarsi di un ceto medio-borghese che desse impulso alla vita intellettuale e sociale di Castelpoto.
Non tutti potevano permettersi di dare una istruzione superiore ai propri figli. Studiare lontano da casa comportava un costo economico non indifferente per le loro scarse finanze.
Fino ancora alla fine degli anni quaranta, molti giovani, che volevano migliorare la propria condizione economica e sociale, dovevano affrontare gravi disagi per poter frequentare la scuola. Si era costretti a partire con il buio per raggiungere, a piedi, la città e trovarsi in orario al suono della campana d’ingresso; quando il fiume era in piena e la “scafa” non poteva traghettare si era costretti a fare un giro più lungo, seguendo il tracciato della strada provinciale, senza speranza di trovare un’anima buona che desse un passaggio su un carretto o su un asino.
Neanche gli studi elementari erano del resto agevoli. Gli scolari, durante l’inverno, portavano da casa l’occorrente per riscaldarsi: un poco di carboni ardenti dentro una piccola latta sospesa ad un filo di ferro e che ognuno poneva sotto il banco tra le proprie gambe. Chi aveva avuto la possibilità o la fortuna di portare a termine gli studi trovava impiego solo a Benevento o in altre città dove, del resto, formava la propria famiglia, sottraendo preziose energie intellettuali ed economiche del paese.
Gli unici rappresentanti del ceto medio residenti stabilmente in paese erano il medico, il segretario comunale, il maestro e il parroco e le uniche notizie che si conoscevano erano quelle propagandate da un pubblico banditore che percorreva le strade del paese facendo precedere l’annuncio dal suono di un corno di ottone.
Prima del 1935, quando fu portata in paese, dalla sorgente del “Pisciariello”, per procurarsi l’acqua le nostre donne dovevano fare parecchia strada, tenendo in equilibrio sulla testa il contenitore di terracotta o di rame e portare contemporaneamente con le mani due grossi secchi. Le sorgenti più utilizzate erano quelle delle “Fontanelle” e della “Fontana”. I pochi che potevano permetterselo utilizzavano la sorgente del Pisciariéllo; poiché questa era più lontana bisognava recarvicisi con gli asini e trasportare l'acqua in barili di legno. Un luogo di ritrovo, soprattutto nelle sere estive e riservato per lo più alle nonne, erano i ballatoi esterni che sono davanti a una grande quantità di case.
Gli “afii” erano affollati di vecchiette che, lavorando a ferri maglie e calze, combinavano e scombinavano matrimoni, contribuendo a sedare o accendere liti fra le famiglie vicine.
Caratteristica delle nostre case erano anche le mezze porte che permettevano a tutti non solo di vedere cosa succedeva nelle cucine altrui, quanto di intervenire in eventuali discussioni e dare il proprio contributo alla soluzione dei problemi familiari; alla faccia della “privacy” attuale che ci costringe nel nostro guscio come bruchi, salvo invocare la solidarietà del prossimo in caso di bisogno e strepitare se non la otteniamo. Un buon numero di famiglie residenti erano proprietarie dell'abitazione in cui vivevano o l'avevano ottenuta in enfiteusi dalla Confraternita del Santo Rosario. Dal Cedolario del 1740 risultano proprietarie o enfiteutiche 97 famiglie su 882 abitanti, tassate per 64 ducati, 3 carlini e 7 grana, mentre la Confraternita pagava 80 ducati e 3 grana; nel Catasto Francese del 1809 i beneficiari di una abitazione propria salgono a 206 su una popolazione di circa 1400 residenti, di conseguenza le tasse salgono a 536 ducati e 2 carlini.
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