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Giochi di gruppo
PREMESSA I fanciulli, nonostante il fattivo impegno profuso nell’aiutare la famiglia, pur tuttavia riuscivano a ritagliarsi una discreta fetta di tempo da dedicare ai giochi infantili di gruppo, soprattutto all’entrata e all’uscita da scuola, per chi la frequentava. Grosso modo i giochi si dividevano in tre gruppi:

(1) PER BAMBINI -(2) PER BAMBINE - (3) MISTI

Al primo gruppo si possono ascrivere:

  1. “U 305”
  2. “A Ffrummèlle”
  3. “A Gghijòche”
  4. “Scàrrec’a bbòtta”
  5. “A spacca strómmule”
  6. “U wattimàni”
  7. “Mèrculìcchijo”
  8. “Mazza piéuzo”
  9. “Uno ‘mbónd’a luna"
Del secondo gruppo facevano parte:
  1. “A Bbrìcci”
  2. “’A Cambana”
e i giochi attinenti al ruolo della donna nella società degli adulti (preparare il pranzo, allevare i figli…).

Alla terza categoria appartenevano:
  1. “A Ccécarèlle”
  2. “’A Bbandiéra”
  3. “Cégna cégna”
  4. “Tòzzeca, tòzzeca”
  5. “L’addóre” “Atta cécàta”
  6. “Arrìccia puórci”
  7. “’A bbandiér’andica”
A questi si devono aggiungere alcuni giochi tipici dei più piccoli:
  1. “’A catena”
  2. “Ngravacèlla”
  3. “Mammanonna”

Non tutti i giochi erano comunque innoqui. I ragazzi, nonostante quello che affermano i cultori della psicologia infantile, sanno essere cattivi, molto cattivi. Uno scherzo poco piacevole era sottoporre qualcuno alla prova del “Wiésscio”.
Bastava che in quattro/cinque lo stendessero per terra e, dopo avergli tirato giù i pantaloni, lo imbottissero di paglia, erbacce, terra e, massimo del divertimento, ortiche. Più cattivo era un altro gioco in voga tra gli adolescenti.
Bastava afferrare, all’improvviso, gli organi genitali di qualcuno, intimare: “Fisca!” e mantenere saldamente la presa fino a che l’altro non avesse fischiato o, quanto meno, tentato una lontanissima parvenza di fischio e non è detto che ci sarebbe riuscito dopo poco tempo.
Un altro tipo di divertimento era rappresentato dall’uso del potassio. Ciclicamente, senza una ragione apparente, i ragazzini di Castelpoto incominciavano a far rintronare l’udito dei paesani facendo esplodere delle piccole, ma fragorose cariche di potassio.
Due erano i modi di utilizzare questo materiale.
Il più semplice era quello di porre su una pietra un pizzico di potassio poggiandoci sopra il tacco dello scarpone, ricoperto da una placca metallica, che serviva anche a ricorrere il meno possibile alle cure del calzolaio, e poi colpirlo con l’altro tacco, a uso militare.
Il secondo era un poco più complicato, ma gli effetti erano più spettacolari. Bisognava munirsi di una vecchia chiave bucata, appenderla ad un filo di spago in modo da formare un triangolo, versare nel cannello una presa di potassio, procurarsi un chiodo di spessore e lunghezza adatta da utilizzare come percussore che andava infilato nel cannello, e, facendola oscillare, farla sbattere con forza contro un muro. Il botto era assicurato e accompagnato dai guaiti dei cani spaventati e dalle bestemmie degli anziani, con grande divertimento dei piccoli teppisti. Oppure lanciare in aria dei missili.
Bastava scavare una buca nel terreno, riempirla di acqua e pezzetti di carburo di potassio, rubati in casa dalla riserva per fare andare le lampade ad acitilene, porci sopra dei barattoli vuoti e dare fuoco al gas che si sprigionava dalla reazione chimica. Il gioco era divertente, ma anche pericoloso, perché si correva il rischio di rimetterci qualche occhio o di rompersi qualche osso se il barattolo non fosse stato posizionato perfettamente in verticale.
Molto interessante era anche un altro modo di giocare: “Acciàcca l’ómbra”. Il fine ultimo era quello di riuscire a mettere un piede sull’ombra degli altri partecipanti per eliminarli ad uno ad uno dal gioco. Questo gioco, in apparenza molto semplice, richiedeva una abilità, una destrezza e una ricerca di strategie non comuni.
Anche i giovani indulgevano alla passione per il gioco, naturalmente sostituendo pietre e bottoni con monete correnti; come nello “Spacca matùni” dove si lanciavano in aria delle monete e vinceva chi riusciva a far cadere la propria più vicino alla linea di congiunzione tra due mattoni.
Uno dei passatempi più apprezzati era lo “Schiaffo del soldato” meglio conosciuto come “U tréciéndócìngo”, molto in voga erano anche “Scàrrec’a bbòtta” e “Spacca strómmule”.
A questi vanno aggiunti il gioco della “Morra” e “Ppatrón’e ssótta” dove la posta in palio erano fiaschi di vino e che non di rado finivano in solenni diverbi che, di solito, si concludevano in risse generali.
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